-CLAXON-

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microwaves, la rubrica di musica
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sabato 30 maggio 2009

Claxon Family

In fondo trovate i link!!!

-Claxon Family-

La fine della scuola è la fine di molto altro che non passa per le bocche dei diciannovenni che si accingono a superare le ultime paludi prima di passare oltre a più dolci (?) acque: anche per colpa dell'esame e della conseguente diluizione dell'addio alla scuola e ai compagni, si frammenta il momento dell'abbandono e si perde un momento supremo di leaver's blues (anche se a dir la verità la maggioranza di noi in realtà non ne può più di questo luogo e specialmente dei suoi compagni).

Ma visto che noi di Claxon siamo gente di buoni sentimenti e ci vogliamo bene fra noi, mi è piaciuta l'idea di dedicare a ognuno di noi una canzone, su una base assolutamente impersonale come il nome di ciascuno, di battesimo o di famiglia. L'onore del varo al nostro Vincenzone Maccarrone, che da quando è bambino si sente urlare dietro una geniale canzone del cantautore Alberto Fortis, Milano e Vincenzo: questa canzone, nata come sfogo verso un individuato discografico, frutto della rabbia per le meccaniche malate dell'industria dei dischi, contiene versi che tuttavia è impossibile non sottoscrivere riguardo il nostro compagno di redazione (Vincenzo io ti ammazzero'/sei troppo stupido per vivere [...] Vincenzo io ti sparero'
sei troppo ladro per capire [...]) Da notare, anche se francamente orrendo, anche il video della canzone disegnato da Andrea Pazienza. Si passa a una canzone d'amore, dedicata alla speaker canadese più amata dagli italiani, ovvero
Emily Clancy: gli Art Brut canta di tal Emily Kane, fidanzatina dei quindicianni del protagonista, che la ricorda con affetto, nonostante “we didn't understand/ How to do much more than just hold hands”. E' propria una old flame, che al cospetto del turbinio di ragazze successive, fa rimpiangere “the clumsy way we used to kiss”. I suoi amici pensano che sia pazzo, lui, ma affida, da cantor cortese del Duemila, alla sua canzone la speranza di ritrovarla: i want schoolkids on buses singin your name. (Dedica alternativa: Last of the English Roses, Pete Doherty)

Avete sicuramente visto quella ragazza in vestiti colorati e dai grandissimi occhi verdi che zompetta con passo spedito nei corridoi. Bene, tutta il miele che sembra sgorgare dallo sguardo di Maddalena Pasini si trasforma in inchiostro color sangue, quando nell'Idiota del Mese o nella Rubrica Amnesty fa pagare ciò che è dovuto a chi è incorso nelle sue ire. Il songwriter Justin Vernon, in arte Bon Iver, è dovuto scappare tre mesi in una baita del Wisconsin per e prova a riappacificarsi con Sweet, sweet Magdalene.

Sfiliamo dalla libreria degli album per le grandi occasioni una canzone di new wave fascia dark per un ragazza anagraficamente ancora piccola, che potete trovare ciondolare depressa agli intervalli con una carota in mano, una mela in tasca o un sedano in bocca: un ritratto psichedelico a tinte rosso scure di Stella, che fatica a reggersi dopo qualche storia di droghe e dopo essere stata la catatonic sex toy love-joy driver dell'io narrante, Stella was a driver and she was always down, ma gli Interpol ti amano ancora, allegra! (Dedica alternativa: Was?, Verdena).

Segnali di Laura dovunque: i Baustelle cercano “un cuore sul pianeta Terra per sfidare i sogni, per sfidare Dio”. Laura Agnusdei invece è più probabile che cerchi un gruppo da recensire per Local Support o da portare in radio. Francesco Pindaro Bianconi continua a paragonarla a una “grazia estranea agli umani, alle fughe di Bach, alla chimica [...] gioia che afferri un piccolo seno/ bambola di Modigliani”: la Lau scapperà divertita, la canzone si chiama “L”.

Gli Ataris sono un gruppo pop punk relativamente famoso, nel genere (Blink 182 e compagnia) e il loro sotenuto e scatenato minuto e 48 di Clara non è certo quello di Clara Larcher, ovvero l'Anna Moroni de noantri, che diversamente dalla protagonista della canzone non si troverebbe sull'orlo di un ponte, immersa in dolorose immagini del passato, di errori, di relazioni e figli: certo, anche il cantante che finisce col dire oh beh, allora se è questo che vuoi ti spingo io di sotto può non aiutare.

Avremmo potuto essere banali e puntare sui Beatles (Anna, Go to Him), ma ci pare più azzeccata la storia del barbuto e interessante duo americano Two Gallants, epigoni di Johnny Cash e Neil Young: Anna's Sweater, la felpa di Anna, intravista per un attimo sulla strada 22 dà luogo a riflessioni molto più ampie in arpeggi acustici. Se si parla di vestiti coloratissimi e appariscenti, avrete già capito che parliamo di Anna Merlini, l'anna (minuscola) a cui alcuni di voi hanno confidato le proprie pene d'amore in questi anni, la fata dei fiori con la passione per la fotografia e la buona musica e, non dimentichiamolo, la Regina della Movida Minghettiana del 2008-09, in quanto eletta al Comitato Feste!
Quest'anno Claxon ha guadagnato un giovane intraprendente. Anzi, esuberante, dalla passione
infinita, un po' come i suoi articoli. Sapete che parlo di Francesco Coral Soares, detto Sorry, sul cui nomignolo a dir poco abbondano le canzoni: evitando Madonna, propongo una doppia dedica (proporzionata agli articoli, no?) dei R.E.M.: South Central Rain (I'm Sorry) e la più recente The Apologist.

Purtroppo il nome di alcuni non ha rappresentanti musicali né numerosi né famosi: la Colombo dei Baustelle è un inno alla decadenza dell'Occidente, e non so quanto il nostro cronista in senso stretto, l'uomo-Obama, il vecchio gentiluomo del Sud, colui che detiene il maggior numero di prime pagine di Claxon consecutive e non, Marco Colombo possa esserne soddisfatto, ma se ne accontenti! Altrettanto si può dire per l'altro Marco, anzi, Marco L'Altro, ovvero lo Zoomer più preciso e fedele dell'anno, colui che ha raccolto l'eredità di Lorenzo Piccinini sia come, appunto, curatore di Zooms, sia come sex symbol del Minghetti, il veterocomunista quasi più vetero che comunista: parliamo di Marco Antonioli, al quale dedichiamo con affetto Antonio's Song, un soul-jazz stracciamutande -pardon, delicato- a opera del songwriter americano Michael Franks. Un altro grande amico di Claxon, Lorenzo Pedretti, dovrà perdonarci per la scelta infelicissima, ma il suo soprannome con cui firma anche gli articoli, gli è costato questa trista associazione di idee: Notti Magiche, colonna sonora di Italia '90, cantata da Bennato e Gianna Nannini, é la sua canzone: non è colpa nostra se il suo soprannome è Pizzul. Una pensiero alla presenza costante ma silenziosa di Silvia Cavedoni, le cui ormai classiche P@gine Leggere saranno celebrate dai Weezer, con Simple Pages. Per Lorenzo Tabarrini, il rappresentante d'Istituto più festeggiato dell'anno, cade a fagiolo una canzone di non-compleanno dei NOFX :happy fucking birthday, you're not special, you're not special, you're gettin older and not much better.

Infine per ultimo, nell'angolo dell'impaginatore, sta l'autore, il musicografo più prolisso e contorto degli ultmi anni, che si sceglie un classicone di Rita Pavone: Pippo non lo sa/ ma quando passa, ride tutta la città/ e le sartine/ dalle vetrine/ gli fan mille mossettine/ Ma lui con grande serietà/ saluta tutti, fa un inchino e se ne va.


Filippo Batisti



http://www.youtube.com/watch?v=_y8mP71ZILQ Vincenzo io t'ammazzerò

http://www.thankscaptainobvious.net/2008/12/bon-iver-blood-bank-ep-2009.html
Sweet sweet Magdalene

http://www.youtube.com/watch?v=YtigpB7q2LI Stella was a driver and she was always down

http://www.youtube.com/watch?v=JIhr9B1TYFE Antonio's Song

http://www.youtube.com/watch?v=qRnaS2RsonI Pippo non lo sa

http://www.youtube.com/watch?v=iDNsJnabv-E Clara

http://www.youtube.com/watch?v=uvA0UBesfbY Emily Kane
http://www.youtube.com/watch?v=qjIO-AJlFoU The Last of the English Roses

http://www.youtube.com/watch?v=B-J5LepnXs4 Anna's Sweater

http://www.youtube.com/watch?v=ZD2R7G3z6WU South Central Rain (I'm Sorry)
http://www.youtube.com/watch?v=SqUDV_Klg30 The Apologist

http://www.youtube.com/watch?v=HifUz7SUBcA Colombo
http://www.youtube.com/watch?v=aG_-NB6rkOE Notti magiche

http://www.youtube.com/watch?v=eR0YNYLmves Simple Pages

http://www.youtube.com/watch?v=gCzEMoz2c_s Happy birthday

giovedì 19 marzo 2009

I want to kill you with an axe: questo è vero amore!

Alla fine tra fare l'amore e fare la guerra non v'è questa grossa differenza.
Questa particolare lettura dello slogan sessantottino prende spunto addirittura dall'antichità classica: dell'amore s'è sempre scritto, inteso come relazione fra due persone che hanno una relazione nel più stretto senso, ovvero che sono legate da una pratica dialettica costante spesso fatta di contrasti che, come insegna Anassimandro, dallo scontro fra opposti conducono a un'armonia superiore. L'amore, come ogni altro atto creativo, è scontro, anzi, lo scontro più dolce: in questo senso a partire dai lirici greci in molti l'hanno descritto utilizzando metafore di carattere militare e guerresco. Tralasciando Saffo che chiamava in aiuto Afrodite come summachos, è nel mondo romano che questa visione poetica prende piede, nella maggior misura con gli elegiaci, Tibullo e Properzio; Ovidio in maniera diversa.
Nei primi due la dichiarazione di far parte della guerra amorosa va letta biunivocamente insieme al non voler/poter essere parte della guerra vera e propria di Roma. Sappiamo infatti che l'elegia ha come manifesto una precisa scelta di vita che rinnega la guerra e il servizio militare, la carriera politica e il lavoro per invece dedicarsi interamente all'amore o a tutt’altri tipi di vita. Tibullo, poeta alla ricerca di un ideale mondo agreste, associa alla sua scelta di diversità rispetto ai canoni della società un ritiro in compagnia della donna amata in campagna, dove riuscire a vivere in pace e con una condotta semplice e intrisa d'affetto. Invece Properzio più che una antinomia realizza un parallelismo fra la militia reale e la militia amoris perché è bene consapevole che la seconda comporta prove e sofferenze non meno dolorose e dure della prima. Ovidio percorre una strada ancora diversa; nel carme 1,9 degli Amores compie un dettagliato parallelismo fra chi ama e chi è soldato senza antitesi fra i valori elegiaci e quelli chiamiamoli militari, anzi: sia i duces che le bellae puellae richiedono all'uomo al proprio servizio prestanza fisica, che servirà per compiere lunghe ed estenuanti marce in spedizioni militari o per seguire la donna amata ovunque essa andrà, per fare il turno di guardia davanti alla tenda del generale o per aspettare ore davanti alla porta inevitabilmente chiusa della casa dell'amata (il più famoso topos elegiaco, il paraklausithyron), assediata al pari di una grande città. Esattamente come si sorprendono con una sortita notturna i nemici, l'amans allo stesso modo -deliziosa effetto ironico di Ovidio nel paragone- aspetta il sonno dei mariti per entrare in azione. La chiusura è una battuta che sfida gli animi intraprendenti a mettersi alla prova amando.
Il concetto è abbastanza chiaro.
Salto temporale e qualitativo, passiamo alla canzone rock degli ultimi due secoli: World Leader Pretend è una canzone dei R.E.M. del 1989 in cui si citano mortai, muri, barricate e armi per esprimere sensazioni personali, direi psichiche, più che strettamente emotive. L’inizio è sintomatico: I sit at my table and wage war on myself. Questa volta non si tratta esplicitamente d’amore (anche se potrebbe essere), ma i termini militari rappresentano un modo di porsi e di raffigurare per se stessi i rapporti di sé verso il mondo. Questo, più che una descrizione di una relazione in atto, è una riflessione intermedia, dopo gli sconvolgimenti accaduti, che legge bene all’interno della psiche umana. Oppure più semplicemente è come dice il suo stesso autore: “that was me copying Leonard Cohen, using something like military terms to get across a very simple human emotion". Ecco.
Leonard Cohen, gigantesco cantautore e poeta canadese attivo dagli anni Sessanta fino ad ora, ha usato più volte armi e cavalieri e Fidel Castro (sic) per raccontare l’amore. C’è da dire che spesso i complessi metaforici di Cohen si prestano a doppie interpretazioni, come inella celebre First we take Manhattan -che si presta ad almeno tre letture diverse- o in There is a War: gli inviti a partecipare alla guerra possono essere rivolti alla propria amante, ma qualcuno ci legge –senza motivo pensiamo noi– una specie di canzone di protesta sessantottina. I rise up from her arms, she says "I guess you call this love"; I call it service non lascino spazio a dubbi. Interessantissimo, questo service: servizio nel senso di servizio militare, ovvero di un impegno che si è assunto e che va rispettato secondo dei doveri e obblighi a cui bisogna adempiere. Stiamo parlando di un amore, ricordo.
Il protagonista con aria di sfida a partecipare alla guerra (don’t be a tourist) che la partner ha, a detta di Cohen, iniziato, ma da cui si dissocia, infatti there’s a war between the ones who say there’s a war and the ones who say there isn’t, addirittura lui neanche sapeva ci fosse una guerra in corso! Mr. Cohen, antimilitarista, anche in The Captain lancia un paio di bellissimi e dolorosi scorci di amore in tempo di guerra; il soldato morente dice a un suo sottoposto:
There is no decent place to stand/In a massacre/But if a woman take your hand/Go and stand with her/I left a wife in Tennessee/And a baby in Saigon”
Giungiamo ai giorni nostrissimi con un gruppo che ha convinto molto pubblico e molta critica col loro quarto album, del 2007, Boxer. Si tratta dei The National, un quintetto dell’Ohio che suona un indie rock di difficile definizione; di sicuro si distingue per il timbro baritonale del cantante che fa tanto Ian Curtis. Una definizione estemporanea potrebbe essere questa: i National sono degli Interpol dai suoni levigati, con un batterista che fa il lavoro di tre strumenti e un cantante che più che i Joy Division ricorda Bruce Springsteen. Ma venendo alla canzone, Start a War si delinea semplicemente come una invettiva composta e rassegnata rivolta alla compagna/o d’amore con cui le asperità sono al massimo. Anzi, ormai la separazione sta per verificarsi. Il concetto è quello di un “va’, va’ pure, farai scoppiare una guerra, ma io avrò soldi, io mi divertirò ancora”.
Per fermare questo viaggio piuttosto incoerente fra guerra e amore, chiudiamo con la scoppiettante prosaicità ironica di Robert Gawlinski, notorio rocker polacco.

I want to kill you, girl
And slice you with an axe
I want to kill you girl
Because I drink too much

For your tears
My sleepless nights
Your evil love
For your body
Which i never
Had enough

I'll kill you with an axe
[…]
For your empty eyes
Which always greeted me
And for silent sex in a toilet
For your scream

Everyday...
War and Love

Filippo Batisti

venerdì 21 novembre 2008

Campagna, southern women, politics, aria

Out of time è l'album che ha portato al successo intercontinentale un quartetto di contadin/nerd/visionari/profetineldeserto della Georgia, fra Florida e Louisiana, conosciutisi in una città che, come forse desideravano gli scarsamente fantasiosi padri fondatori secoli prima, era luogo di università e poco altro: Athens.

Nel 1988 gli R.E.M. dopo il loro quinto album per l'etichetta indipendente IRS (stesso acronimo dell'agenzia del Fisco americana), Document, firmano un grasso e sgocciolante contratto per la Warner: badilate di dineri in cambio di 5 album. Il primo è Green, a cui segue un tour più di un anno. Nel 1991 esce Out of Time, che vende vagonate di copie, grazie soprattutto alla canzone più universalmente famosa e che ancora li insegue (senza, a dir la verità, scorno da parte di nessuno, ché diversamente da altri gruppi, gli R.E.M. hanno prodotto molto e miglior materiale per non entrare nella sindrome che colpisce chi azzecca una stra-hit: rimanerne ossessionati e intrappolati carriera natural durante) Losing My Religion, che, va detto, significa 'perdere la pazienza'. Niente crisi mistiche, cispiace, anche se la metà dei brani di Stipe è una crisi mistica, più o meno autistica.

Radio Song parte con arpeggi di cielo e augelli che, dopo una dichiarazione come the world is collapsing around our ears che non va equivocata, si trasformano in un incrocio fra James Brown e David Byrne, reginetti del funky per le masse. Fra chitarre allegrissime e organetti della domenica il messaggio è qualcosa di lontano a noi del 2008: si dice che i Dj della radio siano dei manipolatori che mandano le solite canzoni tristi ed emozio-a-nali alla radio in sequenza per, hm, far sentire male la gente (elenco di canzoni a cui si iscriverà, l'anno dopo, Everybody Hurts, altro pilone per i profani degli R.E.M., cfr. Alex Kapranos). In questa canzone compare tale KRS-One, un rappettaro dalla voce profonda e rotonda che c'entra come un prete a una festa di addio al celibato, ma alla fin fine fa calce.

Adunque, subito, Losing My Religion e il suo mandolino, negli anni numerosamente impiegato da Peter Buck, ma qui probabilmente nella sua versione migliore, alla pari di quello in Electrolite, dove però è comprimario. Come ormai saprete, i testi di Michael Stipe sono, di base, criptici e, anzi, per i primi due album le canzoni avevano parole in maggior parte casuali, “perché nei locali dove suonavamo le attrezzature erano così scassate che uno avrebbe potuto cantare qualsiasi cosa, non si capiva niente, allora sceglievo le parole per il suono che avevano”. Che se anche fosse una scusa, sarebbe una signora scusa, cari sbarbatielli. Ed è per questo che ogni canzone meriterebbe una pagina ciascuna, qui ci basti dire che l'immagine del tema generale è la chiusura in sé, o meglio, lo stare sulla soglia, contrastati all'interno.

Low segue, lenta, minimale, vagamente scolastica, ma a rileggere per bene il testo, segue i ritmi un amore andato male, a una persona con la stessa tempesta intracerebrale della canzone precedenza, ai limiti della patologia però. I skipped the part about love, declama il ritornello: una retrospettiva malata raccontata da soli ad alta voce, sopresi dal mattino ridendo, capelli bagnati e barba ruvida.
Near Wild Heaven comincia a riprendere il grande senso di agrestitudine che in Green era nato, in un duetto alla voce con Mike Mills, dove pare che non sian d'accordo su chi fa il primo, ma il terzo, ovvero noi, gode del risultato. Il ponte è ragguardevole, dove c'è il primo dei coretti “wussy” del disco, che procede col solito strumentale di -quasi- ogni disco dei REM: Endgame, di una gentilezza, di una cortesia, anche nel senso più etimologico del termine, immerso in un clima di miele da sembrar finto (scusatemi i pizzicati di violino!), come volutamente e polemicamente finto e burlesco -ma sempre con grazia- è quello di Shiny Happy People, citata anche nel documentario di Michael Moore Fahrenheit 9/11, nell'esatto spirito della canzone. Gold and silver shine, persone felici e splendenti si tengono per mano, evviva, tout va bien, cantano a turno Stipe, Mills e Kate Pierson, rossa cantantessa dei B52's. Il video merita di essere cercato: aranciata e cyclette per il vecchio nero. Obama se la ride, a proposito. [Errata corrige: ero veramente convinto che fosse un nero: in realtà non lo è! Era nera la ragazzina. Ma il concetto cambia di poco]

Belong è un grande (sì, grande!) capolavoro orrendamente misconosciuto, tanto che mi trovo anche in difficoltà a parlarne. Grandi cori monosillabici di liberazione, strofe sussurrate al megafono, schiocchi di dita, linee di basso impure, e un significato lirico emozio-politico di veramente molta rilevanza. Può anche essere visto come una romanticizzazione della caduta del Muro di Berlino.
Here's a scene: la canzone veramente più agreste e provinciale del mondo, ululato di un pastore errante nella notte della Georgia, accompagnato dalla luce del fuoco affianco, in una preghiera da macedonia di thymos, ben modulata per l'esterno, per un canto che non è solo d'amore: Half a World Away. Il ciclo emozionale si interrompe (ha! Beccatevi questo, djs!) con Texarkana, intreccio vocale Mills-Stipe che sarebbe stato meglio all'inizio dell'album, ancora una volta preponderante riff di basso. Texarkana è una città al confine fra Texas e Arkansas (che, president Bill docet, si pronunzia àrkanso).

La pausa è però ingannevole, poiché il pezzo seguente, un monumento di luna blu oltremare in una scadente prateria fatta di oggetti, elenchi, Bebelplatz dell'anima, arriva e si chiama Country Feedback, scandito da un quattroquarti che distrugge ogni speranza che l'ascoltatore abbia una scusa per far finta di niente e scamparla. Serie di immagini, ricordi, dolorosissimi postumi di una relazione iniziata non si sa come, ma finita tanto lentamente quanto male, dolore fisico e disillusione. It's crazy what you could have had. Si tratta della struttura chitarristica più imponente a livello emotivo di Peter Buck, che, udite udite, alla fine si concede perfino un assolo (che, come i non avvezzi avranno intuito, non è cosa usuale), tanto importante che la canzone stessa porta il titolo dell'effetto di chitarra usato durante di essa, pur lasciando l'ambiguità country/campagna e feedback/retroreazione (come il dizionario Sansoni dice). Il disco finisce però una cascata di d'aria buona: Me in Honey è una canzone in duetto con Kate Pierson, dotata di un riff semplice ed entusiasta. Si parla di paternità gioiosa, in risposta alla canzone dei B-52's, Eat for two, stesso argomento vista dall'altra parte.

Spet-ta-co-la-re versione di Country Feedback dal Dvd live Perfect Square. Se ne uscite indenni, bravi voi.

venerdì 16 maggio 2008

Monster - R.E.M.

Brani dispari_ Francesca Baudoni
Brani pari_ Filippo Batisti

Monster_R.E.M. _(1994)


1_What's the frequency, Kenneth?
Lo descriveresti così, un fulmine che ti sveglia la notte; di quelli che ti rimane un po' di tachicardia per qualche minuto, e sei stordito e non sai cosa pensare. Poi c'è la sua voce, la riconosci subito, è come la pioggia, quindi capisci, sei nella tempesta.
Così comincia un disco che fai fatica a dimenticare. La prima canzone non sono è un colpo al cuore, ma è anche ispirata all'assurda storia di Dan Rather, anchorman, assalito da due personaggi non meglio identificati che ripetevano "What's the frequency, Kenneth?". Aggressione inspiegabile. Si decide di parlare di una denuncia, i media che parlano di ciò che non conoscono. Così non può andare. (Socrate sarebbe stato d'accordo).
"qual è la frequenza Kenneth?" è la tua benzidrina,
ero cerebroleso, chiuso fuori, insensibile, non abbastanza veloce
pensavo di averti classificato come un sogno da idiota
visione da tunnel dallo schermo di un outsider
non ho mai capito la frequenza,
tu idossavi le tue aspettative come un'armatura

2_Crush with the eyeliner

Alla seconda chitarra Thurston Moore dei Sonic Youth, mica fave e giuggiole!
L'amore è un gioco, un gioco di parti. Ma noi siamo adolescenti, quindi prendiamoci sul serio. Un po' di trucco sotto gli occhi, una maschera, espressioni roboantemente autostradali (a metà fra Kerouac e i fratelli Benetton). Sono cotto marcio, sono un ibrido, come Charlie Brown ti voglio come valentina, come Frankenstein ho bisogno di una mentina- ho il bacio all'acquaragia, baby.
Il carisma lo vendono in Montagnola (non pensate male), la visione della mia realtà è distorta quasi quanto quel delay, sulle mie Gazzelle scrivo frasi estrapolate dal contesto, tanto il nuovo polo sono io. E questi daini li cavalco, ohsì, my kingdom for a crown.
Siamo tutti dei fantocci, che faccio?, l'amore è un teatro, i costumi non mancano, è il copione che fa acqua: seppellisci tutto sotto un chilo di rimmel, alla faccia di De Gregori, perché se questo tendone arancione cede e cade non voglio che mi si spettinino i Ray-Ban.

3_King of Comedy
Come trasformare una voce improvvisamente, come renderla roca: come crearsi un personaggio ma essere sempre sé stessi, perché lui no, lui non è il re della commedia. Ma non è neanche la tua rivista, né la tua televisione.
Il coro femminile allarga la prospettiva: ti accorgi che sta parlando di se', sì, ma dentro in fondo ci sei anche tu, ci siamo tutti, perché lo vedi, c'è sempre qualcuno pronto a fare i soldi, a farli da giovane e a farli girare in fretta.
No, lui (e tu) non è merce.


4_I don't sleep I dream
E se no che sarebbero i REM a fare?
Siamo in due, abitiamo due mondi diversi, viviamo su un tappeto di piumoni, fingerpicking e cuscini. Siamo in due, ho il mio mondo e mi ci tuffo, nei lenzuoli; da te ogni tanto ci passo, ma giusto il tempo d'un café (devi capire che è uno sforzo, stare sveglio per te) perché devo tornare sotto a respirare.
Interludi[c]o: minchia, qui altro che Freud!
Tu ci riesci a seguirmi, e ti piace anche. Non è facile, sai, sbracciare così profondo per starmi dietro e essermi compagno làssòtto. Il mio è un grande acquario, sviluppato verso l'alto, largo quanto lo è la mia fronte: bisogna stare immobili per entrarvi e bisogna farsi luce per trovare l'interruttore della gravità. Tu sai farlo, pesciolina, solo che io ho le branchie, tu la bombola.

5_Star 69
E' quasi un ballo, senti di più il ritmo, tutto prende un movimento caotico e rivoluzionario, tutto ruota e ti sembra di essere in mezzo alla folla.
Star 69 è asterisco 69, è ciò che digiti per richiamare il numero che ti ha cercato: perché non hai voglia di farti fottere, ed è chiaro che è stato lui a chiamarti, che l'ha combinata grossa, non si sa perché, né come, né quando, ma sicuramente non bisogna certo essere geni per capire che ciò che ha fatto è roba da imbecilli.
Tutto finisce e l'arcano non l'hai risolto, la folla cessa di muoverti, e aspetti l'inizio della prossima canzone.

6_Strange Currencies

Musicalmente, i Nostri riprendono la lezione di Everybody Hurts, uscita due anni prima e tuttora la loro più grossa hit, insieme a Losing My Religion. Ascoltiamo, dunque.
Gli altari della giovinezza sono alti, ma sotto il limite di legge per essere considerati montagne; sono assoluti, ma troppo trascendenti per poter essere veri saecula saeculorum; gli amori della giovinezza sono eterni tanto quanto quella età, sono più parole che pasta, sono un urlo silenzioso, costretto sotto massi in gola: un urlo che fluisce solo attraverso un penna, una matita, un otturatore (gli amori della giovinezza sono pagine e pagine e pagine!), un urlo che quando si trova liberato e libero si accorge di aver perduto l'uso della parola. Una lince nata e cresciuta in cattività che quando aprono la gabbia scopre di non sapere dove graffiare e cosa urlare al suo custode. La giovinezza raccoglie antologie di amori come favole: mostri strani, torri valicabili, chiavi dimenticate e papiri disegnati con la bic. Gesti accennati come incontrollabili incantesimi eseguiti, occasioni cercate quanto sprecate consapevolmente: ci si trova in tasca strane monete, e il cambio col dollaro non è comunque mai favorevole.

7_Tongue
Questa volta tutto prende un aspetto più melodico, senti il piano, senti il pain che piano si avvicina. Le ragazze brutte scopano per arrivare al successo, non è triste? Le ragazze brutte sanno qual è il loro destino. E' tutto più lento, visto da qua, ti dimentichi di tutto quello che è successo prima, e per la prima volta senti qualcosa di più strettamente personale. Qualcosa si è rotto, qualcosa non può tornare indietro, bisogna rompere col presente, bisogna rincorrersi e pentirsi.
E' una questione di perdere, di aver perso, è una questione di aver voglia di stare da soli, e tutto finisce così, con un you turn all over / it pains me / please just leave it. Please just leave it.


8_Bang and Blame

Bang bang/ my baby shot me down/ bang bang, siamo una coppia da copertina, per come ci vedono da fuori e come ci vediamo allo specchio: occhiali da sole, una maglia a maniche larghe e il passo spedito. Ci baciamo come pochi, i nostri pomeriggi in camera tua sono da leggenda metropolitana. Anzi, troppo. Ma più che altro non va bene che le copertine lucide di stampa escano da quella stanza. Idoli sì, ma fra di noi. Perché ognuno deve sapere che mi sbatti e come facciamo? Non mi piace e basta che la smetti subito, che io ci metto un attimo a tornare sulla mia strada; fai troppo casino, bimba mia, non va bene: abbiamo chiuso. Me ne vado, ora.
Ma tu continui a saltarmi addosso, non smetti di sfregarti ...e io come faccio a spingerti via? Ma chi me lo fa fare, alla fine?
Sigarette e the alla pesca.

9_I took your name
C'è quasi rabbia, c'è che ormai non hanno più voglia di ballare, o forse non hanno più voglia di sentirsi arrabbiati col mondo. Perché ancora una volta qualcosa è finito, c'è grande confusione, e d'altro canto chi lo può negare? E d'altro canto, chi sa di chi è la colpa?
La monotonia di una voce che si rende quasi ossessione, il ritmo incalzante, le voci distanti, tutto più denso ma più lontano. Ormai tutto è fatto, dopo aver cancellato nomi, segnato destini, premuti pulsanti, c'è quasi rabbia, if there is some confusion / Who's to blame?

10_Let me in

Stelle gocciolano come burro. E non stiamo parlando dei pan di stelle; di Kurt Cobain, idolo fin troppo consapevole di inconsapevoli numerose generazioni (prof. Furio docet).
Due occhioni blu come i suoi, non li aveva nisciuno, signor mio, in una mano un biancospino, nell'altra il fucile a doppia canna.
Francesco Bianconi inforca gli occhiali di Prada bianchi e legge Baudelaire- un gabbiano biondo, incatramato ha solo otto vie per raggiungere quelle stelle di cui è sporco, oltre che impestato di pece, ali impedite al volo: stavolta però ha preferito lasciarci lo strato di squame terreno. Un'ultima apostrofe gentile come la barba al tatto (non contropelo, ovviamente): potente, modulato, di un'ottava di troppo.
Alla prossima, Kurt.


11_Circus Envy
Rumori, battiti, here comes that awful feeling again, welcome the ugly animal. E' l'animale, è quello che cercavamo sin dall'inizio, è l'animale che si nasconde dentro qualche antro buio, è monster. Quasi un principio animista.
Come è arrivato? Forse perché sono stato io a sbagliare, ho rovinato tutto. O forse no. Forse è stato lui, forse sei stata tu. Forse perché tu sei meschina, perchè ti sei comportata male, perchè hai rovinato tutto. Perché stuzzichi, perchè provochi, Do you smell jealousy?
E' quello che nasce quando non controlli, quando non hai comando.

12_You

Stipe era già/ancora in fase rauca stile Fausto Leali, e qui la voce non solo è ruvida come la ghiaia del cortile del cortile sulle ginocchia di un bambino, ma sembra quasi che abbia un timbro diverso, più alto. Un testo flusso di memoria, che sa tanto di I Remember California, da Green, di cinque anni precedente. Solo che stavolta non c'erano foglie rosse e imbottigliamenti stradali, ma le labbra di una Lesbia dei poveri, lingue, labbra ovunque! Ritmo da luce intermittente rossa e retinata
Cose, tante cose, quasi un elenco di Perec, cicles, falene, cocomeri, oroscopi: ma l'importante è che mi baci, ragazza mia. C'è troppa saliva per essere nichilisti.